Burning Down Ferrara

Via Loud Vision

Burning Down Ferrara
By Massimiliano Monti

"Prima di iniziare vorrei fare un breve annuncio. Questa sera siamo qui per eseguire alcuni pezzi che hanno contrassegnato la mia carriera insieme a Brian Eno. Le canzoni saranno diverse e… be'… noi sappiamo che cosa vi offriremo, ma voi non lo sapete. Sappiamo il menù ma per voi è una sorpresa. Inizieremo semplicemente a servire le portate, ecco come funziona. Nel frattempo potete fare foto, cantare… anche disegnare sì. One! Two! One Two Three Four!"

[DB in Ferrara] David Byrne, istrionico attore, e sicuramente lucido mattatore un po' schizoide (ed è adorabile per questo). Dà inizio alla cena quindi, facendo degustare per prima l'essenza etnica della macchina ritmica preparata col suo ensemble di musicisti. Due percussionisti e un bassista in perfetta sinergia, che costruiscono un incastro senza sbavature tra la regolarità dei tempi scanditi dalle pelli e le linee di basso imprevedibili e pulsanti.

L'hors-d'œuvre è un misto selezionato di brani tratti da "Everything That Happens Will Happen Today" e croccanti avventure nei sapori degli anni '80, quando Brian Eno era il quinto uomo dei Talking Heads. La scelta intelligente di alternare ritmi forti a ballate ariose ha fatto emergere in primo piano il gusto per la gradevolezza. In "I Zimbra" si viene trascinati nei colori etnici-folk dal tempo incalzante e battente della ritmica, mentre "One Fine Day" fa respirare colori e profumi rilassanti.

Non viene mai a mancare l'attenzione del pubblico, altalenata in una piacevole varietà. Con "Houses In Motion", "Heaven" e "Air" si può meglio comprendere la convergente modernità di "Remain In Light" e "Fear Of Music"; la loro resa è sorprendentemente sinuosa, intrigante e fluida, preparata da un'esecuzione più animata rispetto agli originali, e più marcata ancora grazie alle notevoli varietà di timbri dei cantanti che supportano David Byrne.

Voci nere, per lo più adatte a quell'anima gospel e funky propria dei Talking Heads, ma sposano con precisione eccezionale le linee vocali e melodiche dei brani. Tutto l'insieme incontra infine tastiere e campionamenti, diretti da un incredibile Mark Degli Antoni, che sa prendere l'elemento etnico ed alienarlo dentro organi hammond o caleidoscopi di suoni remoti non esistenti in natura, ma capaci di notevole suggestione atmosferica.

Scendendo verso i piatti forti, si ha l'impressione decisa di un una commistione addirittura sinfonica tra funky, elettronica e gospel, non solo efficace ma chiara come non mai nell'esprimere quegli ingredienti e quelle melodie che hanno reso lo stile ed i successi dei Talking Heads dei titoli istituzionali presenti nei menù di tutto il mondo.

A partire da "Once In A Lifetime" il pubblico non riesce più a star seduto e si affolla sotto lo chef d'eccezione, riprendendo il cuore in mano e godendo in modo più diretto quella bellezza che era stata solo sfiorata fino a quel momento. L'esecuzione perfetta si arricchisce dello smalto entusiastico di David, che negli assoli e negli estrosi acuti inizia a sfogare la sua creatività ed il suo estro più libero.

Gli applausi sono tali e continui che il gruppo è in evidente imbarazzo nel lasciare la scena, arrivando a regalare nei ripetuti encore quella varietà di dessert di cui si sarebbe altrimenti sentita la mancanza. In totale onestà non si può lasciare la piazza del Castello senza l'euforia settantiana catartica di "Take Me To The River", o senza ballare quel ritmo nel sangue di "Burning Down The House".

David Byrne, l'uomo che ha reinventato il funky e ricostruito un ponte tra l'alienazione urbana e l'essenza primitiva del ritmo, con una fantasia senza precedenti; a volte fa bene ricordarlo, andandolo a riascoltare.

December Radio David Byrne Presents: Arabia

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